Arnon Grunberg
Stilos,
2005-10-05
2005-10-05, Stilos

Gusto di paradosso e difesa degli antipatici


Marillia Piccone

È un romanzo estremo, paradossale, disperato, agghiacciante questo Gstaad 95/98 che esplora le conseguenze di un’educazione singolare da parte di una madre single. L’autore, Marek van der Jagt, è un olandese diventato famoso a soli ventitré anni con Lunedì blu, pubblicato con il suo vero nome, Arnon Grunberg. Marek van der Jagt è un nom de plume, una specie di scherzo, con cui lo scrittore ha firmato Storia della mia calvizie, dando anche lo stesso nome al suo protagonista. Si chiama François Lepeltier il personaggio che racconta la sua storia in prima persona, figlio di Mathilde, cameriera d’albergo e ladra per passione, che lo ha avuto da un uomo molto più vecchio, morto prima che François venisse alla luce. Non c’è dubbio che Mathilda ami François, e infatti non ha voluto abortire sebbene avesse solo diciassette anni, ma è un amore senza regole, al di fuori di ogni morale. François cresce nelle stanze di alberghi e pensioni, diventa il piccolo complice della madre nei suoi furti, assiste ai suoi incontri di sesso con altri uomini - ma la notte Mathilde ritorna sempre nel letto con François che esplora il corpo, anche nelle parti più intime. Non c’è esperienza promiscua che François non faccia, fino a quel legame stretto, malsano, ambiguo e corrotto con la coppia dei Ceccherelli che lo iniziano a giochi perversi, favoriscono in lui una fissazione che lo porta ad un’interpretazione anale dell’universo, gli fanno fare da spettatore di una morte. Continua la “carriera” di François, si perfeziona, amplia le sue esperienze, con uomini e donne - ma la notte è sempre per Mathilde. La prima volta che non dorme con lei è per stare con una bambina: è così che diventa il “mostro di Gstaad”. La voce di François è quella di un adulto che cerca di ritrovare la sua voce di bambino cresciuto tra adulti di cui ripete le parole senza capirle e di cui interpreta i comportamenti con la sua visuale limitata di bambino, e ci sono due parole che ritornano ossessive nel suo lessico personale, “sgradevole” e “sorvegliante” entrambe usate con più sfumature sempre con allusione sessuali, per raccontare una storia “di peccati necessari e peccati non necessari” che culminano nel peccato necessario che “rendeva superflui tutti gli altri, li faceva sbiadire, svanire, finché non esistevano più”. Finale di una solitudine autoisolante e e di una bruciante ironia nell’affermazione “Questo è il migliore dei mondi”. Stilos ha intervistato Arnon Grunberg.

Il fatto che lei pubblichi i suoi romanzi con du nomi diversi ha suscitato molta curiosità.

L’ho fatto per parecchi motivi. Volevo vedre come reagiva la gente. Nel 1994, a 23 anni, ho pubblicato Lunedì blu, in cui il personaggio si chiamava Arnon , come me, poi ho scritto altri libri, articoli per dei giornali, e il mio nome era conosciuto. Volevo vedere come reagivano i lettori ad un libro scritto da me senza però sapere che fossi io l’autore. Vivevo a New York e il mio editore mi aspettava per un tour in Olanda, e un tour richiede molta energia. Non si può scrivere mentre si sta facendo un tour. E allora ho inventato un altro me stesso che vive a Vienna e concede interviste solo per posta elettronica. Si, una sorta di doppelganger. Mi sentivo più libero nel processo di scrittura, il libro sarebbe uscito e nessuno mi avrebbe conosciuto. Era più facile convincermi che mi tagliavo fuori dalla mia storia, che potevo costruire un altro mondo con la mia fantasia. Marek mi ha insegnato a fidarmi della mia immaginazione, mi ha insegnato ad attraversare un confine.

A volte gli scrittori scrivono sotto due nomi diversi perché volgiono differenziare due generi narrativi; anche lei fa così?

Forse sì. Quando nel 2000 ho pubbicato il libro con il nome di Marek e la gente non sapeva che fossi io, dopo circa due mesi è comparso un articolo su un giornale in cui si diceva che Marek era Arnon Grunberg. Ho sempre negato per un anno e mezzo, poi è uscito uno studio di un professore di linguistica di Roma che ha fatto un programma per computer che prova che Storia della mia calvizie è stato scritto da Arnon Grunberg. Questo professore ha trasportato il libro nel computer insieme ai libri di altri scrittori olandesi; il suo programma non conosce le lingue ma è basato sulla sequenza delle lettere e, secondo il computer, Marek è Arnon. L’intento del professore non era quello di fare una disputa letteraria, ma mi voleva come prova per il suo programma, come cavia. L’articolo è stato pubblicato su una rivista scientifica e allora sono uscito allo scoperto. Non so se scriverò ancora con il nome di Marek. Uso però questo nome su una rivista di filosofia e firmo come Marek una colonna su un giornale una volta al mese.

Ho osservato che preferisce usare la prima persona narrativa nei suoi romanzi.

Nel mio nuovo libro non l’ho fatto, ma sì: la prima persona crea una sorta di intimità tra lettore e autore. Mi piace il fatto che ci sia un narratore che può mentire, non un narratore che sa tutto e i lettori sono obbligati a vedere tutto attraverso i suoi occhi. Non è detto che sia più facile, forse lo è all’inizio perché ti senti più vicino alla voce narrante.

E rivela anche un grande interesse per la psicanalisi nell’esplorare i comportamenti dei personaggi

È vero, mi interessa molto la psicanalisi, e non solo come scrittore; Amo i personaggi e le storie che sono trascinate dai personaggi e non dalle trame. La maniera naturale per costruire un personaggio è vedre come si comporta in una situazione e mi piace che la situazione si sviluppi dal personaggio, cioè che sia questo ad influenzare quello che succede e non viceversa.

C’è sempre qualcosa di paradossale nei suoi libri

Credo che si abbia bisogno del paradosso: è impossibile dire cose vere senza usare il paradosso. L’effetto che si crea è contro un’adesione totale a quanto si dice. Tutto quello che si crede è temporaneo. Io non scrivo partendo dalla convinzione di come tutto dovrebbe essere, cerco di non mettermi nela condizione di giudice nei confronti dei miei personaggi. Il paradosso lascia la possibiltà di incertezza a quello che si crede, incertezza riguardo alla tua posizione etica.

Ha iniziato a scrivere giovanissimo: era un grande lettore da ragazzo? C’è qualche scrittore che ha amato particolarmente e che l’ha influenzata?

Sono cresciuto senza la televisione, perciò l’unico passatempo era la lettura. Ho letto di tutto e i miei gusti naturalmente sono molto cambiati. Da ragazzino ho amato moltissimo Lindgren, la scrittrice di Pippi Calzelunghe, poi naturalmente tutti i classici. Mio padre mi ha fatto leggere tutti i russi e allora odiavo Dostoevskij e amavo Turgenev, anche se dopo ho incominciato ad amare anche Dostoevskij.

François, il protagonista di Gstaad 95/98, non è un personaggio simpatico, eppure proviamo pena per lui. È questa la reazione che desiderava suscitare?

Ho cercato di fare la stessa cosa, di creare un personaggio antipatico anche con Robert Mehlman, il protagonista del mio libro Dolore fantasma: mi piace essere l’avvocato difensore degli antipatici. È troppo facile avere dei personaggi buoni con cui il lettore si può identificare. Ma non è questo il mio intento nello scrivere.